mercoledì 22 aprile 2015

Naufragio migranti nel canale di Sicilia: testimonianza

Perché saliamo su una barca?

A chi chiede: 
«Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?», rispondo: 
«Non siamo stupidi, né pazzi. 
Siamo disperati e perseguitati.
Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile.
Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?».

Due giovani ieri sono stati uccisi a Mogadiscio perché si stavano baciando sotto un albero. Avevano vent’anni. Non festeggeranno altri compleanni. Non si baceranno più.



A chi domanda: «Cosa speravate di trovare in Europa? Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri»,

rispondo:
«Cerchiamo salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere.
Non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata
e soprattutto voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta».


Mio cognato scappava con me. Prima del mare c’è il deserto che ne ammazza tanti quanti il mare.
Ma quei cadaveri non commuovono perché non si vedono in Tv. Perché non c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e bambini sono morti, quante erano incinte. Perché qui in Occidente a volte sembra che l’orrore non basti, c’è bisogno di pathos.

Mio cognato è morto nel deserto. Per la fame. Dopo 24 giorni in cui nessuno ci ha dato da mangiare.
A casa c’è una moglie che non si rassegna e aspetta una telefonata che io so non arriverà mai. A casa c’è quel che resta di un sogno, di un progetto, di una vita. Un biglietto per due i trafficanti se lo fanno pagare caro e, loro, i soldi non li avevano. Se fosse restato, li avrebbero ammazzati tutti e due. Il suo ultimo regalo per lei è stata la vita. Lui è scappato e lei non era più utile, l’hanno lasciata vivere.


A chi chiede:
«Come si possono evitare altre morti nel Mediterraneo?»,
rispondo:
«Venite a vedere come viviamo, dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate i nostri politici. Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa e non in quello in cui si cerca di arrivare. Cambiate prospettiva, mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una nostra giornata. Capirete che i criminali che ci fanno salire sul gommone, il deserto, il mare, l’odio e l’indifferenza che molti di noi incontrano qui non sono il male peggiore».

Testimonianza raccolta dalla Fondazione Astalli

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